Retinite pigmentosa: come intervenire per tempo ed evitare danni più seri
Perché riconoscere i primi segnali e seguire nel tempo la retina può fare la differenza nella gestione della malattia
La retinite pigmentosa è una distrofia retinica ereditaria che può evolvere molto lentamente e in modo diverso da persona a persona.
Proprio questa variabilità rende particolarmente importante arrivare a una diagnosi corretta e seguire nel tempo la funzione della retina.
Parlare di “intervenire per tempo”, però, richiede una precisazione.
Oggi non esiste una terapia universale capace di bloccare tutte le forme di retinite pigmentosa semplicemente perché vengono diagnosticate precocemente. Una diagnosi tempestiva può però essere molto utile per capire quale forma della malattia è presente, come sta evolvendo, quali complicanze possono essere trattate e se esistono possibilità diagnostiche, riabilitative o terapeutiche specifiche.
Larghezza montatura
Di seguito la tabella delle dimensioni in millimetri della larghezza degli occhiali misurata internamente da asta a asta
XS fino a 123 mm.
S da 124 a 128 mm.
M da 129 a 133 mm.
L da 134 a 138 mm.
XL da 139 a 142 mm.
XXL oltre 143 mm.
Questa pagina si concentra proprio su questo aspetto.
Per una spiegazione generale della malattia, delle sue cause e dei sintomi puoi partire dalla guida retinite pigmentosa: cos'è e come colpisce la retina.
Quali sono i primi segnali della retinite pigmentosa?
Uno dei sintomi più caratteristici è la crescente difficoltà a vedere in condizioni di scarsa illuminazione.
Una persona può accorgersi, per esempio, di avere bisogno di più tempo rispetto agli altri per adattarsi passando da un ambiente luminoso a uno buio oppure di avere difficoltà a muoversi in luoghi poco illuminati.
Questo disturbo viene comunemente descritto come cecità notturna o nictalopia.
Con il tempo può comparire anche una progressiva riduzione della visione periferica.
All'inizio il cambiamento può essere difficile da percepire, perché la visione centrale può rimanere relativamente buona mentre il campo visivo laterale si restringe lentamente.
La persona può iniziare a urtare oggetti posti ai lati, avere più difficoltà a orientarsi in ambienti affollati o rendersi conto di vedere meno bene ciò che non si trova direttamente davanti a sé.
Questi sintomi non sono esclusivi della retinite pigmentosa, ma quando sono persistenti meritano una valutazione.
Perché la diagnosi può arrivare tardi?
La retinite pigmentosa non si manifesta sempre con un improvviso calo della vista.
In molte persone l'evoluzione è graduale e il sistema visivo riesce per molto tempo ad adattarsi ai cambiamenti.
Una persona giovane può semplicemente pensare di “vedere male al buio” senza considerarlo un problema oculare.
Anche la perdita periferica può svilupparsi lentamente e diventare evidente soltanto quando il campo visivo è già abbastanza ridotto.
In alcune famiglie, inoltre, non esistono altri casi conosciuti.
L'assenza di una storia familiare evidente non esclude quindi necessariamente una distrofia retinica ereditaria.
Cosa succede durante la visita oculistica?
Quando esiste il sospetto di una distrofia retinica, la valutazione non si limita alla lettura delle lettere sull'ottotipo.
L'acutezza visiva centrale può infatti essere ancora abbastanza buona nelle fasi in cui sono già presenti alterazioni della visione notturna o periferica.
L'oculista valuta la storia dei sintomi, eventuali casi familiari e le caratteristiche della retina.
L'esame del fondo oculare permette di osservare direttamente retina, vasi e nervo ottico, ma nelle forme iniziali alcuni dei reperti considerati tipici possono non essere ancora molto evidenti.
Per questo la diagnosi utilizza spesso più esami complementari.
Il campo visivo: misurare quello che non vediamo ai lati
Il campo visivo permette di valutare l'ampiezza della porzione di spazio percepita mantenendo lo sguardo rivolto in avanti.
È particolarmente importante nella retinite pigmentosa perché la malattia tende spesso a interessare inizialmente la retina periferica.
L'esame può mostrare aree nelle quali la sensibilità è diminuita anche quando la persona non si è ancora resa pienamente conto della perdita.
Ripetuto nel tempo, può inoltre contribuire a capire come sta cambiando la funzione visiva.
La famosa “visione a tunnel” rappresenta una fase nella quale una parte importante del campo periferico è stata persa e rimane soprattutto una zona centrale di visione.
Non tutte le persone, però, evolvono nello stesso modo o con gli stessi tempi.
Che cos'è l'elettroretinogramma?
L'elettroretinogramma, spesso abbreviato in ERG, registra la risposta elettrica della retina a determinati stimoli luminosi.
È uno degli esami storicamente più importanti nella valutazione delle distrofie retiniche perché permette di studiare la funzione dei fotorecettori.
Nella retinite pigmentosa sono frequentemente interessati prima i bastoncelli, fondamentali per la visione in condizioni di scarsa luminosità, e successivamente anche i coni.
L'ERG può quindi fornire informazioni che non possono essere ottenute semplicemente misurando quanti decimi vede una persona.
Perché oggi si utilizza anche l'OCT?
L'OCT, o tomografia a coerenza ottica, consente di ottenere immagini molto dettagliate degli strati della retina.
È diventato uno strumento fondamentale nell'oftalmologia moderna perché permette di osservare strutture che non sarebbero valutabili con la stessa precisione attraverso il solo esame del fondo.
Nelle distrofie retiniche l'OCT può aiutare a documentare lo stato degli strati retinici e a monitorare nel tempo alcune modificazioni.
Può inoltre essere utile per individuare eventuali complicanze maculari che, in determinate situazioni, possono essere trattabili.
A cosa serve l'autofluorescenza del fondo?
La fundus autofluorescence, spesso indicata con la sigla FAF, è una tecnica di imaging che fornisce informazioni sull'epitelio pigmentato retinico e sulla distribuzione delle alterazioni retiniche.
Può mettere in evidenza aree che si comportano in modo diverso rispetto alla retina circostante e contribuire a documentare l'estensione della malattia.
Come l'OCT, è particolarmente utile anche quando viene confrontata nel tempo.
Il monitoraggio non significa quindi soltanto controllare se il paziente legge ancora la stessa riga dell'ottotipo, ma osservare diversi aspetti strutturali e funzionali della retina.
Perché il test genetico è diventato così importante?
La retinite pigmentosa non dipende da un unico gene.
Numerose alterazioni genetiche possono produrre quadri clinici simili, e proprio questa varietà è uno degli aspetti più importanti della malattia.
Il test genetico può aiutare a identificare la causa molecolare della distrofia e a comprendere meglio il modello di ereditarietà.
Questo può essere utile anche per la famiglia.
Inoltre, conoscere il gene coinvolto sta assumendo un'importanza sempre maggiore perché alcune sperimentazioni e alcuni trattamenti sono rivolti esclusivamente a persone con determinate mutazioni.
Il risultato genetico, però, deve essere interpretato nel contesto clinico: non sempre un test fornisce immediatamente una risposta definitiva e alcune varianti genetiche possono essere difficili da classificare.
E se in famiglia nessuno ha la retinite pigmentosa?
Una persona può avere una retinite pigmentosa anche senza conoscere altri familiari affetti.
Questo può accadere per diversi motivi.
Alcune forme hanno trasmissione recessiva, quindi i genitori possono essere portatori senza manifestare la malattia. In altri casi possono verificarsi varianti nuove oppure la storia familiare può essere incompleta.
Per questo l'assenza di parenti con problemi simili non permette di escludere la natura genetica della patologia.
Quando viene individuata una variante significativa, la consulenza genetica può aiutare a comprenderne meglio le implicazioni per il paziente e la famiglia.
Una diagnosi precoce può evitare la perdita della vista?
È importante non creare aspettative sbagliate.
La diagnosi precoce non garantisce che la progressione della retinite pigmentosa possa essere arrestata.
Permette però di conoscere prima la condizione e di organizzare un percorso di monitoraggio adeguato.
Può inoltre consentire di identificare problemi oculari associati che possono essere trattati e di iniziare prima eventuali strategie riabilitative quando diventano utili.
Conoscere la diagnosi genetica può infine diventare rilevante per valutare l'eventuale eleggibilità a trattamenti o sperimentazioni rivolti a forme specifiche.
Quindi “diagnosticare presto” non significa necessariamente “impedire la malattia”, ma può migliorare la qualità e la tempestività della gestione.
Perché è importante continuare i controlli dopo la diagnosi?
Una volta diagnosticata la retinite pigmentosa, il percorso non termina.
La malattia può cambiare nel tempo e il monitoraggio serve a documentare questa evoluzione.
La frequenza e il tipo di controlli vengono stabiliti in funzione della situazione individuale.
Durante il follow-up possono essere confrontati acutezza visiva, campo visivo, immagini OCT, autofluorescenza o altri esami ritenuti utili.
Questo permette di costruire nel tempo una sorta di “mappa” dell'evoluzione della retina.
È particolarmente importante perché due persone con la stessa diagnosi possono avere velocità di progressione molto differenti.
Esistono complicanze che possono essere trattate?
Sì, ed è uno dei motivi per cui i controlli rimangono utili anche quando non esiste una terapia capace di correggere direttamente la causa genetica.
Alcune persone con retinite pigmentosa possono sviluppare altri problemi oculari, per esempio cataratta oppure accumulo di liquido nella regione maculare.
Queste condizioni non coincidono con la distrofia retinica di base, ma possono contribuire ulteriormente alla riduzione della qualità visiva.
Quando presenti, possono essere valutate e in alcuni casi trattate.
Preservare la migliore funzione visiva possibile significa quindi occuparsi anche di ciò che può essere modificabile, non soltanto della degenerazione genetica.
Gli occhiali possono migliorare la vista nella retinite pigmentosa?
Gli occhiali non correggono la degenerazione della retina.
Se però la persona presenta anche miopia, ipermetropia, astigmatismo o presbiopia, una correzione ottica adeguata può permettere di sfruttare nel modo migliore possibile la funzione visiva ancora disponibile.
Questo è un concetto importante.
Correggere un difetto refrattivo non modifica la progressione della retinite pigmentosa, ma vedere con la gradazione più appropriata può comunque contribuire al comfort e alla qualità della visione quotidiana.
Cosa significa riabilitazione visiva?
Quando la riduzione della vista inizia a interferire con le attività quotidiane, la riabilitazione visiva può diventare una parte importante del percorso.
Lo scopo non è curare la retina, ma aiutare la persona a utilizzare meglio la visione residua e ad adattare attività e ambiente alle nuove esigenze.
A seconda della situazione possono essere utilizzati ingrandimenti, dispositivi elettronici, regolazioni dell'illuminazione e strumenti per migliorare autonomia e orientamento.
Anche smartphone e computer possono diventare veri strumenti assistivi attraverso ingrandimento dei caratteri, sintesi vocale e impostazioni di contrasto.
La sensibilità alla luce può essere gestita?
Alcune persone con retinite pigmentosa possono sviluppare maggiore fastidio alla luce.
Una corretta gestione dell'illuminazione può migliorare il comfort.
In esterno, occhiali da sole con una protezione UV appropriata possono essere utili soprattutto per ridurre abbagliamento e fastidio.
Non devono però essere presentati come una terapia capace di rallentare automaticamente la malattia.
La funzione principale è il comfort e la protezione dalla radiazione solare, esattamente come per il resto della popolazione.
Si può continuare a guidare?
La possibilità di guidare non dipende soltanto dall'acutezza visiva centrale.
Poiché la retinite pigmentosa può ridurre progressivamente il campo visivo, anche una persona che legge abbastanza bene le lettere da lontano può avere difficoltà significative nella visione laterale o notturna.
L'idoneità alla guida deve quindi essere valutata sulla base della funzione visiva reale e dei requisiti previsti dalla normativa.
Questo è uno dei motivi pratici per cui la misurazione del campo visivo può essere molto importante durante il follow-up.
La progressione è uguale per tutti?
No.
È uno degli aspetti più difficili della retinite pigmentosa.
Età di comparsa, velocità di evoluzione e quantità di visione mantenuta nel tempo possono variare notevolmente.
Anche persone appartenenti alla stessa famiglia possono presentare quadri non perfettamente identici.
Per questo le descrizioni generali trovate online non devono essere utilizzate per prevedere esattamente come evolverà la malattia in un singolo paziente.
Il monitoraggio personale è molto più informativo di qualsiasi statistica generale.
Bisogna controllare anche l'udito?
In alcune persone la retinite pigmentosa può far parte di una sindrome che coinvolge altri organi.
Un esempio conosciuto è la sindrome di Usher, nella quale una distrofia retinica è associata a perdita dell'udito.
Questo non significa che chiunque abbia retinite pigmentosa svilupperà problemi uditivi.
Una valutazione complessiva della storia clinica aiuta però a capire se la malattia è isolata oppure fa parte di una condizione sindromica.
È un altro motivo per cui la diagnosi non dovrebbe limitarsi alla semplice osservazione della retina.
Cosa chiedere durante una visita di controllo?
Un controllo può essere un buon momento per comprendere meglio l'andamento della propria condizione.
Può essere utile chiedere quale sia lo stato del campo visivo, se l'OCT mostra cambiamenti rispetto agli esami precedenti, se è indicato un test genetico e quale frequenza di follow-up sia più appropriata.
Quando esiste già una diagnosi molecolare, si può inoltre discutere se quella specifica forma abbia implicazioni particolari per il monitoraggio o per eventuali studi clinici.
Sono domande più utili rispetto alla ricerca generica di una “cura della retinite pigmentosa”, perché permettono di costruire un percorso basato sulla situazione individuale.
Quando far controllare anche i familiari?
Non esiste una regola identica per tutte le famiglie.
La scelta dipende dal tipo di ereditarietà e dall'eventuale variante genetica identificata.
Quando la causa molecolare è conosciuta, la consulenza genetica può aiutare a stabilire quali familiari potrebbero trarre beneficio da una valutazione o da un test mirato.
Questo è preferibile rispetto a effettuare test genetici autonomamente senza sapere quale informazione si stia cercando.
Perché conservare gli esami precedenti è utile
La retinite pigmentosa è una malattia progressiva e proprio per questo il confronto nel tempo ha particolare valore.
Un singolo campo visivo o una singola OCT descrivono la situazione in un momento preciso.
Avere a disposizione gli esami precedenti permette invece al professionista di osservare eventuali cambiamenti e valutarne la velocità.
Per il paziente può quindi essere utile conservare referti, immagini ed eventuali risultati genetici e portarli alle visite successive, soprattutto quando cambia centro o specialista.
Diagnosi precoce non significa vivere continuamente in allarme
Ricevere una diagnosi di distrofia retinica può essere psicologicamente impegnativo, soprattutto quando il futuro della vista non può essere previsto con precisione.
Il monitoraggio non dovrebbe però trasformarsi in un controllo ossessivo di ogni piccola variazione visiva.
La progressione viene valutata attraverso esami oggettivi eseguiti nel tempo.
Avere un percorso di follow-up definito permette proprio di evitare di interpretare autonomamente ogni giornata “visivamente peggiore” come una progressione della malattia.
Retinite pigmentosa: cosa significa davvero intervenire per tempo?
Nel caso della retinite pigmentosa, “intervenire per tempo” non significa avere oggi a disposizione una terapia universale capace di impedire la degenerazione.
Significa soprattutto riconoscere i segnali, arrivare a una diagnosi precisa e costruire un percorso di monitoraggio personalizzato.
Campo visivo, ERG, OCT, autofluorescenza e test genetici possono fornire informazioni differenti e complementari.
Nel tempo i controlli permettono di valutare l'evoluzione, identificare eventuali complicanze trattabili e utilizzare al meglio la funzione visiva disponibile.
La diagnosi genetica può inoltre diventare sempre più importante nell'era delle terapie mirate.
Per conoscere invece la malattia in senso generale puoi leggere che cos'è la retinite pigmentosa, mentre per le nuove prospettive terapeutiche trovi l'approfondimento su ricerca e terapia genica nella retinite pigmentosa.
Per una panoramica più ampia delle principali patologie oculari puoi infine consultare malattie degli occhi più comuni: sintomi e segnali.

Invia la ricetta con Whatsapp al 3533130403
e ricevi un preventivo gratuito!
5 /5
5 /5
5 /5